L’Amour

casablanca_by_viosna-d4ephggL’uomo attira la mia attenzione perché, rispetto al fluire omogeneo della massa di persone che arrivano sulla pensilina, di punto in bianco cambia andatura e la devia di un terzo dirigendosi verso di me con passo lento e misurato. Negli occhi ha uno sguardo tra l’incredulo e lo sgomento e non sapendo cosa aspettarmi lo fisso in faccia mentre avanza accorgendomi che il suo sguardo è sì vòlto verso di me, ma punta qualche grado più in là a pochi metri, dove una donna di mezz’età se ne sta con le mani affondate nelle tasche del suo trench a fissare i binari nella mattina grigia.
Avvicinandosi l’uomo flette ad ogni passo un po’ le ginocchia fino a passarmi davanti piegato come se fosse in procinto di spiccare un salto e si ferma a pochi metri dalla donna assorta nei suoi pensieri, lo tengo d’occhio accorgendomi ben presto che non ha cattive intenzioni, la sua espressione infatti si rasserena mentre osserva l’ignara donna da testa ai piedi studiandola, e facendo questo ritorna nella sua altezza raddrizzando ginocchia e schiena.
Mentre lei continua a fissare i binari davanti a sé, lui osservandola le gira dietro, fino a porsi al suo fianco ad un paio di metri dandomi le spalle. A quel punto lei si accorge della presenza e gli volge un breve sguardo per ritornare subito ai binari, per poi farlo scattare una frazione di secondo dopo sulla faccia dell’uomo con l’espressione di chi ha visto un fantasma, e nel farlo compie un leggero scatto all’indietro portandosi una mano dalla tasca al petto, in quello anche l’uomo fa un mezzo passo indietro.
Con la schiena dell’uomo che ondeggia davanti a me vedo in faccia la donna con una mano sul cuore e l’altra che esce dalla tasca e si appoggia alle labbra per nascondere un Oddìo flebile, ha il viso bloccato in un’espressione assurda ma il suo sguardo saetta dalla faccia dell’uomo alle sue mani, alle sue gambe e le sue scarpe per ritornare al suo viso, la sua mano si preme di più e ripete Oddìo, ma… Lui lascia cadere le mani lungo i fianchi a le allarga di un po’ mostrando i palmi, sento che dice Ma sei… sei davvero tu?..
Lei con la mano sempre premuta sulla bocca con due piccolissimi scatti della testa annuisce, la voce di lui dice Giovanna?.. E nel sentire il suo nome la donna fa cadere la mano svelando un’espressione commossa, Roberto… dice con la voce che trema, Tutti… tutti questi anni… In contemporanea muovono mezzo passo l’uno verso l’altra, la voce di lui dice Ti ho… ti ho cercata tanto…
Quel che viene sovrastato da un Annuncio Ritardo al nostro treno è un altro movimento della testa della donna che sembra dire Anch’io, e nel brusio generale per il ritardo di venti minuti del treno i due si sono avvicinati e sono ad un metro che si fissano negli occhi. Restano lì in un tempo infinito a studiarsi mentre le loro mani sospese nel vuoto aspettano di sfiorarsi, le loro parole pronunciate in diverse tonalità si perdono tra gli annunci e lo sferragliare e i fischi dei treni finché le loro dita non si toccano, si intrecciano lente, e in un lampo i due si abbracciano stretti come se non si dovessero più staccare.
Sulla schiena di lui vedo affondare le dita di lei mentre le sue braccia la avvolgono lasciando che il viso gli si appoggi sulla spalla, lei tiene gli occhi chiusi e muove la bocca imboccando il suo orecchio di parole che escono da sorrisi che a momenti sembrano smorfie di pianto.
Restano lì,  stretti, tra la gente che corre, tra il loop degli schermi pubblicitari, gli annunci, il passare dei treni, il vociare, l’allontanarsi dalla linea gialla per un tempo che pare infinito, tanto che quando annunciano l’arrivo del nostro treno si staccano senza però mai lasciarsi le mani e si avviano verso le scale del sottopasso.
Dal finestrino del treno in partenza li vedo che spuntano tre binari più in là, entrano nel bar e si siedono una di fronte all’altro, con gli occhi che non si lasciano e le mani che si tengono strette sopra il tavolino.

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Finisterræ

19072013802Avanzo lungo la statale assieme al traffico mattutino che man mano di dirada, si disperde in stradine laterali, in svincoli e bivi, decolla per forza centrifuga sulle rotatorie finché la strada si fa più stretta. Gli ultimi furgoni e mezzi da lavoro e  auto di operai e impiegati virano inforcando l’ultima curva verso il porto, è troppo presto per il traffico dei villeggianti e quindi avanzo solo sulla strada che non è più statale,  la segnaletica mi invita a stare sotto i sessanta che ci sono curve pericolose, la conosco bene questa strada e tutte le sue curve che in breve mi portano in alto dove mi appare il blu del mare sotto la scogliera, oltrepasso la base radar militare, mi inoltro dentro la striscia di asfalto nell’oro dei campi trebbiati e delle terre incolte riarse dal sole, il cielo è di un indaco saturo.
Spengo la radio e abbasso entrambi i finestrini, l’abitacolo si riempie del frinire delle cicale e dell’odore del mare.

Sono una spola argentata che fila sulla trama di un telaio su cui viene tessuta la paglia, gli arbusti odorosi della macchia, la terra rossa che si fa polvere al mio passaggio, i fichi d’india prossimi alla maturazione.
Seguo il serpeggiare della strada che ora sia alza e ora scende seguendo morbida le rigide spigolature della roccia sottostante e all’ultima curva scendo dove lo spazio diventa più ampio. Supero delle fattorie e i grandi campi da cui si leva l’afrore dello sterco che riempie l’abitacolo per un chilometro  fino a che vedo la torre borbonica in alto, rallento e seguo con occhiate il bordo sinistro della carreggiata finché non individuo con certezza l’accesso, metto la freccia e mi ci infilo con cautela. Sul retrovisore un muro di polvere rossa m’insegue sullo sterrato sollevato dalle ruote, entro nello spiazzo di un campo e alzo i finestrini prima che la nube che ricopre immediatamente l’auto si depositi sugli interni, il sole comincia già a scaldare.
Scendo.

Lo sbattere della portiera fa levare da dietro una recinzione un falco che subito mi fissa volteggiandomi sopra per poi prendere la via del vento, piglio la sacca dal portabagagli e m’inoltro lungo la traccia battuta in mezzo all’erba gialla e secca, tra i miei piedi saltano mille piccole cavallette e fuggono ramarri verdissimi, scavalco autostrade brulicanti di formiche indaffaratissime, schivo piante spinose, in alto il falco fa ampi cerchi senza muovere le ali, il frinire delle cicale è localizzato qua e là in basso ad opera di singoli individui dalla facile chiacchiera mattutina.
Le rocce che sono le ossa del mondo ora emergono dalla terra rossa sua carne in forma di scogli lavorati per millenni dal vento e resi affilati e taglienti come rasoi, scivolare qui nella più radiosa delle ipotesi comporterebbe numerosi punti di sutura, dopo pochi passi si apre davanti a me la caletta dove lo sciabordio delicato del blu del mare m’invita come il canto di una sirena, scendo su una delle poche pietre piatte, mi libero dei vestiti assaporando il calore del sole sulla mia nudità, metto costume e occhialini e scivolo silenzioso dentro il mare.

La brachicardia da cambio di stato mi abbassa il metabolismo dandomi per un momento l’illusione di non dover più respirare tanto da scendere e toccare il fondo muschioso col torace, poi mi abbandono e l’acqua mi spinge su, emergo in un profondo respiro e mi metto a nuotare a vigorose bracciate costanti finché il cuore non mi martella nelle orecchie e il fiato si spezza. Mi fermo a cinquanta metri dalle mie ciabatte, respiro, riprendo a rana, dopo cento metri mi fermo e guardo attorno a me a 360gradi: sotto di me il blu e sopra anche con la palla di fuoco che irraggia il mondo e il falco che come un compasso segna il cielo, silenzio, vento.
Torno indietro alternando gli stili e giunto alle ciabatte piglio fiato per qualche minuto, mi metto il tappanaso e comincio a fare un po’ di su e giù, lavorando un po’ i polmoni e i timpani che scrocchiano e fischiano, terminata la sessione a delfinetto attraverso a rana subacquea la larghezza dell’insenatura concentrandomi sul consumo di ossigeno e sulla profondità da tenere, le contrazioni diaframmatiche sono più cattive nelle acque libere è più difficile farle tacere e i trenta metri si fanno sentire quando riemergo in un’esplosiva espirazione seguita da un’impetuosa inspirazione affamata, mi abbandono a galleggiare fissando il cielo. Il falco nella sua circonferenza ha un sussulto e traccia una linea retta dal cielo alla terra, la sua colazione.

Torno a riprendermi le ciabatte, scettro di quel bellissimo mio regno dove sono il solo e unico monarca fino alle dieci quando cominceranno a giungere i primi bagnanti, ma ora è ancora presto e mi concedo un po’ di riposo sulla pietra piatta, il tempo di farmi scaldare dal sole e tirare un po’ il fiato.

La ritualità della vestizione, poi, comincia dal profondimetro al polso e dal coltello al polpaccio e lì finisce perché non c’è molto da vestirsi a luglio, ma a me piace fare le cose con le giuste tempistiche che per ultimo contemplano nell’ordine le pinne, la maschera col boccaglio e i guanti, dopodiché il mio primo appuntamento è con Paolo il polipo che abita nella terza gola a sinistra, sotto il masso con le alghe rosse a cinque metri e venti nella sua buchetta addobbata da conchiglie e sassolini colorati che la rendono ben riconoscibile.
Paolo mi fissa col suo occhio giallo e nero sporgente e retrattile e io sto lì ad osservarlo aggrappato alle rocce con le gambe tenute giù dal peso delle lunghe pinne, io muovo un dito e  lui prova ad afferrarlo coi tentacoli, giochiamo un po’ io e Paolo ogni mattina da una settimana a ‘sta parte, i polipi sono molto giocherelloni e se gli date un pretesto loro lo colgono al volo.
Riemergo per ributtarmi a vedere se trovo Tina la Stella Marina, rossa come una strappona degli abissi è un po’ di giorni che gironzola attaccata ora qui ora là, ma nelle mie peregrinazioni non la trovo, tanti ricci e alghe e pesciolini, incontro Luisa la Medusa un delicato abatjour trasparente con la sua graziosa gonnellina violetta e fluttuante, ma mi ci tengo a debita distanza, vado un po’ in profondità ad ammorbidire i timpani che si lamentano con scricchiolii e frane di pietre a otto metri e dopo il crock della compensazione tacciono in un ticchettio che aumenta di frequenza man mano che scendo, mi attacco alle rocce e quando le contrazioni si fanno pressanti mi lascio trasportare a galla chiudendo gli occhi, li riapro a mezza via trovandomi immerso in un branco di micropesciolini blu elettrico che permeano tutto velocissimi e guizzanti, ma la gravità al contrario dell’acqua mi riporta in superficie in un ceffone fatto di rarefazione, suoni, luce del sole.
Quanto tempo è passato?
Quanto sono stato sotto?
Il profondimetro dice tre minuti e qualcosa in tre immersioni, respiro bene e a fondo con l’intenzione di battere il record di profondità del mio campione personale che sono io, inspiro e via! Giù come un fuso. Compenso. Giù. Giù. Fischi alle orecchie. Compenso. Giù. Cambio assetto e mi metto in diagonale dirigendomi verso le rocce, mi ci attacco, il display dice nove e sessanta, ma l’orecchio destro ha uno spillo che non fa male ma punge e ho consumato troppa aria.
Il mio solito impeto nel fare le cose.
Provo a risparmiarlo avanzando verso il basso senza nuotare ma aggrappandomi alle rocce, arrivo a dieci e dieci poi lo spillo comincia ad essere doloroso e le contrazioni martellano, due giorni prima attratto da un fondo di lattina sul fondo che pensavo essere chissà quale varietà di conchiglia ero finito distrattamente a dieci metri e mezzo, torno su pinneggiando fluido.

Continuo ad andare a fondo con la scusa di trovare Tina ma trovo Milena la Murena, sessanta centimetri ad alto amperaggio che escono dal suo buco con l’espressione di Chi rompe i coglioni qui? Le sto distante ma la osservo bene, maculata, insidiosa, aggressiva e bellissima, quando si rende conto che non sono una minaccia se ne ritorna in retromarcia nel suo buco, ma mi fissa attenta. Riemergo, mi reimmergo, trovo Tina abbarbicata su una pietra a sette metri che cazzeggia, ciao Tina che fai messa così? Continuo così per un po’ finché il freddo comincia a farsi sentire, nell’ultima emersione sento voci, in lontananza vedo le avanguardie delle armate dei villeggianti che provano ad invadere il mio regno avanzando con ombrelloni alla mano e sacche da mare sui rasoi di roccia, torno giùgiù, inforco il canalone e lo percorro tutto a pinne unite scopandomi l’acqua come un delfino ed emergo sotto le mie infradito con uno sbuffo, in un attimo sono su, mi sfilo tutto, metto nella sacca e mi incammino incrociando due coppie che già litigano sul cazzo di posto che sarà pure stupendo, ma guarda che strada per arrivarci!.. Scusiii! Mi chiamano, Me sa dì dove si accede al mare qquà? Romani, gli faccio cenno per la direzione, Grazie, ma èbbello?
Comenò è pieno di pesci, c’è pure na murena! gli grido sorridendo a mò di saluto alzando una mano e voltandomi.
Le loro voci sfumano nel vento mentre mi allontano saltellando sulle pietre.
Ahò haddetto che ce sta na murena!
Ma sta a scherzà ddai!
Ma se poi ce sta davero?
Io nun ce vado in st’acquaqquà…
Magguarda che cazz’de scogli, ma nun potevamo annà inspiaggia?

Il sole mi ha già asciugato e La Polverosa è li nel campo che mi aspetta, mi saluta allo scatto a distanza delle portiere con il lampeggiare delle quattro frecce. Sulla strada percorsa al contrario incontro le prime auto dei bagnanti, alla radio c’è Giuni Russo che canta Un’estate al mare e io l’accompagno a squarciagola nei suoi gorgeggii e inseguendola nei cambi di semitono, coi finestrini aperti e l’aria che entra accarezzandomi dolcemente con calde ventate.

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Post scriptum

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Riflettevo l’altra sera sul fatto di cogliere le opportunità.
Lo facevo allentando sonore scorregge al passaggio di rombanti Harley&Davidson sul lungomare, cosicché oltre a concretizzare la mia elucubrazione mantenevo quel portamento da pensatore distaccato e ombroso in netto contrasto con la movida del sabato sera.
Venivo quindi avvicinato da lì a breve da una donzella che incuriosita mi chiedeva delucidazioni sul perché io fossi seduto tutto solo su una panchina e alzassi una chiappa ad ogni passaggio di motociclo. Volevo risponderle se avvertisse anche lei quel vago sentore di verza e borlotti sopra quello del carburante delle moto da tamarri e la salsedine del mare, ma ho ritenuto più opportuno introdurre l’argomento del mio pensare partendo dal senso dell’equilibrio che si percepisce di sé, (anche su una chiappa sola) e di come questo generi, per leggi fisiche che ho improvvisato al momento -ma che ritengo accademicamente ineccepibili-,  un dinamismo evolutivo tale da portare in tempi anche brevi al presentarsi di splendide occasioni.
Ora, che la tipa fosse una cretina già lo si intuiva dalla sua maglietta color rosa-uveite col marchio ben visibile contornato di pallettes e gli stivali infradito, ma quando mi ha mostrato irrigidendosi la fede al dito non ho saputo aspettare il passaggio di un’altra moto.
Il mio discorso difatti travalicava il comune senso dei doppi giuochi di parole e parole troppo abusate per usar senso alle proprie pulsioni, si riferiva a un qualcosa di più trascendentale e volto al superamento dei nostri limiti e dell’uso costruttivo di tale qualcosa, e lei non aveva capito un cazzo, o meglio, solo quello.
Sostanzialmente l’argomento del quale volevo trovare una sponda per un proficuo confronto dialettico era: se la propensione ad esaudire i desideri contempli anche l’energia per affrontare i cambiamenti da essi indotti o se le due cose siano in contrasto tale da dare a tali mire una dimensione prettamente umana, o se vi fosse una sorta di app da aggiungere e se esistesse come fare a scaricarla, e a che prezzo.
Mentre le Harley mi concedevano la purificazione nel completo anonimato e non trovando riposte plausibili nelle luci colorate intermittenti a tempo di percussioni dance, ho ritenuto opportuno alzarmi e farmi l’ennesima birra media, confidando nel trovar responsi nel tempo libero delle ferie prossime venture.

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La dimensione della compensazione

Il tizio arriva a bordo di una motrice di tir, che in realtà vorrebbe essere una specie di pickup molto yankee, ma di fatto è un camion nelle dimensioni, nella cilindrata, e nella zarrezza estetica da autotrasportatore di Latina con cui l’ha abbellito con adesivi di fiamme, teschi,  rose  e bandiere (yankee).
Spegne la musica rimbombante con cui lo si è sentito arrivare da km di distanza, una sorta di death-metal con riff tecno-dance. Smonta dal mezzo con aria sicura annusando gratificato la fetenza ammorbante di nafta che il motore dal rumore di drago imbufalito del gippone ha rilasciato, fa una decina di passi e poi col comando a distanza, e con aria noncurante, lo chiude. Il mostro si anima per un secondo di una decina di lucine lampeggianti e dopo un strano cicalino, e il rumore di chiusura centralizzata in lega di vanadio, si immobilizza stagliandosi nel parcheggio della piscina come una presenza inquietante.

Intanto lui è già entrato nello stabilimento con passo scandito e col mento alto a mostrare il viso volpino, in una posa vista in tanti uomini piccoli, di potere e non. Ma statura a parte anche attraverso i vestiti non si può non notare un capolavoro di scultura muscolare, che si rivela poi negli spogliatoi essere sottolineata da numerosissimi tatuaggi dall’estetica dubbia e una policromia che richiama gli adesivi del pickup.
La fisicità dell’uomo si manifesta anche nella relazione col gli altri in un atteggiamento cameratesco fatto di pacche sulle spalle, risate altisonanti, strette di mano poliformi, dileggio dei meno apparenti e baccano da sagra. Nell’attività sportiva non eccelle, ma si lancia con foga entusiasta in tutto ciò che fa maschio, spesso rimediando figure miserrime che tampona con un aria contrita da Ce la farò.

Quando parla argomenta spesso di sé, dei suoi due cani Pastori Corsi, del suo scooterone 800 (che lui si sarebbe anche preso la HARLEY però saicomé in città è sprecata, ma quando farà il Coast to Coast negli USA allora sì che si prenderà una bella HARLEY come dio comanda), ostenta pose plastiche in prossimità di donne e generalmente non gode di grande stima nell’ambiente.

Ma è nelle docce e con una vena di tristezza che hai la risposta e il significato di tutto ciò, dove comprendi la tragedia umana dell’impari e straziante lotta nel cercare spasmodicamente di compensare un turacciolo di spumante.

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Il gruppo di autoaiuto

Era dal pranzo di pasqua che non vedevo mio padre, in quell’occasione ci eravamo concessi la consueta discussione politica da pranzo pasquale conclusasi con il sostanziale mantenimento delle posizioni e relativa tregua per ingresso della colomba sul desco.

Nelle settimane successive il bailamme nel panorama politico aveva assunto tante e tali variabili impazzite che non ho osato interpellarlo, temendo che un suo giudizio da piddino ortodosso ridestasse in me quella voglia di lotta armata che a lungo ho dovuto sopire a colpi di cannabinolici assortiti.
Voglia peraltro esplosami allo spettacolo indegno dell’abbraccio Bersani-Affanno con visioni di Renault 4 parcheggiate,  esibizioni di Walther P38 in piazza, comunicati in ciclostile pentastellati lasciati nelle cabine telefoniche e tutto lo scibile mainstream del brigatismo rosso, ma anche in quell’occasione non ho avuto l’ardire di telefonargli.
Temevo infatti due opzioni, la prima che avesse sposato la lineona autosputtanante delle larghe intese, la seconda che fosse caduto in uno stato di prostrazione tale da abbandonarsi allo sconforto più straziante.

Quindi ieri, tormentato da tali visioni,  ho pigliato la machina e mi sono presentato a casa sua.
Mi apre dopo un po’ con la faccia del tipo cazzofaiqui salutandomi sbrigativo come sempre per poi farmi entrare facendomi cenno di fare silenzio. Alla mia faccia interrogativa mi risponde con significativi movimenti del viso, mi accorgo ora che non ha l’espressione del militante infervorato, né quella dell’endemica sfiga piddina, ma ha un’ aria seria e compita.
Mi introduce in salotto dove una decina di persone di varia età e sesso siedono di fronte alle altre e ascoltano uno di loro parlare; l’uomo sui sessanta indossa una giacca verdona, braghe di velluto a coste e clark ai piedi, dietro la barba si vede chiaramente una smorfia di dolore sottolineata da profonde occhiaie e sguardo strabuzzato sotto la frangia arruffata.
…tutte le domeniche di settembre ad arrostire salsicce e mettere a posto tutto fino alle due e poi lunedì a lavorare in fabbrica… Il martedì… il martedì c’era la riunione in sezione e poi il giovedì c’era il cineforum col dibatti.. il dibatt.. it.. bohòohòooo!!..
La donna accanto a lui fa °sniff° e lo cinge con un mezzo abbraccio consolatore sussurrandogli coraggiocoraggio mentre quello scoppia in singhiozzi sussultando tutto con la faccia tra le mani.

Poi prende la parola lei: Abbiamo sentito la testimonianza del nostro comp.. amico Giulio, qualcuno di voi vuole condividere con noi e con Giulio quello che il PD gli ha portato via?
Alza la mano una sui quarantacinque, bella donna coi capelli mesciati ma con faccia livida e sguardo assassino.
Mi chiamo Anna e sono.. sono stata un elettrice e sostenitrice del PD. Mio padre da ragazzina mi ha fatto vedere tutta la filmografia di Eisenstein, tutta la cinematografia russa dal ’17  al ’75, mi ha portato a manifestazioni oceaniche con migliaia di bandiere rosse… Mi ha fatto credere che un giorno… che un giorno ci sarebbe stata la rivoluzione, e invece poi ha preteso che votassi…
E qui la donna deglutisce vistosamente, trattiene le lacrime e fa un profondo sospiro col viso alto e gli occhi chiusi,
…che votassi Veltroni.
Il silenzio cala sugli astanti che si mettono a guardarsi le scarpe, anche Giulio con gli occhi rossi non osa incrociare quelli della donna, che dopo un po’ riprende …p-prima Veltroni, poi… poi dei candidati locali impresentabili… ex esercenti dalla faccia da porco, bolsi funzionari unti e inetti, sacrestane dell’ultim’ora senza alcuna storia politica alle spalle e avanti così fino ad.. ad oggi, ma io vorrei dire A QUEI GRAN FIGLI DI TROIA CHE NON SANNO NEPPURE COS’HANNO COMBINATO CON… le mani di mio padre le calano da dietro dolcemente e prontamente sulle spalle stringendola e calmandola di colpo, lei resta con lo sguardo vitreo per qualche secondo e poi abbassa il capo e tira su col naso.

Bene, dice mio padre, sappiamo tutti la sofferenza e la disperazione che i quadri dirigenti del partito hanno disseminato sulla nostra lunga militanza e la nostra (buona) fede politica, siamo qui per  condividere questo immenso dolore che ci ha portato via storia e affetti, stima e passione, credo e futuro per un’Italia migliore, tutti fanno cenno di sì col capo, qualcun altro di voi vuole condividere il proprio dolore con noi?

Prende la parola Ivo, uno sparuto trentenne dallo sguardo saettante: Sono un ex elettore del PD, ho cercato di smettere per anni, ma ogni volta che si avvicinavano le elezioni… proprio non ce la facevo, mesi prima mi mettevo a leggere l’Unità, poi guardavo sia Ballarò che Santoro… oh, se avessi dato retta a mia moglie… che me lo diceva lei: Ma che cazzo voti quei quattro deficenti, non lo vedi che son pappa e ciccia col nano? Non lo vedi che lo continuano ad appoggiare? Ma io no, non ci volevo credere e invece… Invece aveva ragione lei, e ora lei se n’è andata con uno dei centri sociali e due mesi fa l’hanno arrestata in Val di Susa, e ora io sono rimasto solo abbandonato anche dal PD e allora… allora sapete che ho fatto?
Tutti lo fissano con la faccia diccidicci.
Ho votato Grillo sia alla Camera e sia al Senato!
Gli astanti reagiscono con schiarimenti di gola, oh, ah, ehm, behdài, qualcuno scuote il capo, qualcun altro approva fissando Ivo con ammirazione.

Io sono Antonietta e voto PCI dal ‘64, ma stavolta ho votato Ingroia.
Le facce si fanno funeree come al passaggio di un feretro, quello accanto le appoggia la mano sulla spalla, fatti forza le dice, lei annuisce soffocando un singhiozzo.
Mi chiamo Francesco e sono un ex elettore del PD, io… ecco io non ce la facevo più a sentire parole come: giaguari, papa giovanni, lealtà con Monti… il 23 febbraio ho preso il primo aereo e sono andato in Spagna pur di non avere la tentazione di votare e quando sono tornato il 26 sottosotto speravo che.. e invece… e invece niente.
Tutti fanno la faccia triste.

Bene signori, anche oggi siamo riusciti a svuotare un po’ del nostro dolore, vi ringrazio perché questa condivisione fa sentire anche me meno solo e molto meno disperato e credo che valga anche per voi.
Tutti annuiscono energicamente.
Ecco, allora per oggi concludiamo qui, il prossimo appuntamento è giovedì alle 15 al Poligono di Tiro.
Si salutano tutti ed escono ordinatamente da casa.

Ma sei impazzito? Porti a sparare al poligono sti depressi?
Non sono depressi, sono solo abbattuti e bisognosi di rivalsa, inoltre incremento la loro autostima facendogli crivellare dei bersagli su cui abbiamo stampato le facce dei nostri politici di tutti gli schieramenti.
Ma tu sei fuori. E poi?
Poi organizziamo gite sui sentieri dei partigiani, pellegrinaggi dove le biérre hanno gambizzato dirigenti di fabbriche, facciamo gruppi di discussione con ex di prima linea e ci prepariamo a fare la rivoluzione.
Cosa?
Sissì hai capito benissimo, tutto pur di non morire né berlusconiani, né tantomeno democristiani. Adesso vai che ho da fare devo partecipare ad un asta su Ebay per un ciclostile, pare veramente messo bene. Mi mette alla porta, ciao.
Ciao.

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Svuotando le tasche dall’inverno

Hiver2
Per dirla tutta non è che fosse ancora inverno, ma quel giorno cadeva le neve sul Carso ed io ero uscito dal mare da poco, giusto in tempo per mostrare all’esaminatore il cartellino segnante la profondità, guardarci negli occhi e quindi risalire lungo la corda e verso la boa, emergendo quindi con le dita a V come Vaffanculo Otite, il brevetto l’ho preso!
Dò il merito alla mia cocciutaggine, a massicce dosi di Bufren®, e al desiderio che mi tallonava da agosto di tuffarmi dentro un caldo abbraccio dopo l’acqua a diciotto gradi e un rivestirsi sotto la bora a quattro battendo i denti come nacchere.
Guidavo dunque verso l’Italia e sotto la neve, pervaso da una sensazione mista di vittoria e desiderio, sottolineata dalla musica balcanica che usciva dall’autoradio e l’inaspettato screensaver che mi veniva incontro al di là del parabrezza.

In piazza, poco prima di natale, mi sono imbattuto in un tavolinetto di leghisti posto sotto un immane vessillo rappresentante la stilizzazione di un gigantesco ano verde. Al posto del consueto sputo con cui sono solito omaggiarli quando li incontro quella volta mi sono avvicinato e mi sono rivolto loro in tono colloquiale e in dialetto: Dovete andare in Tanzania a farvi sfondare il culo brutte merde razziste, come cazzo vi permettete di insozzare con la vostra presenza questa bella piazza eh? Andatevene che puzzate di cadavere!
Fissandomi come le mucche che guardano i treni passare i tre non hanno proferito verbo, certamente istruiti a non accettare provocazioni alle quali io sotto le feste invece ricorro nel cercare la rissa, e svoltare dinamicamente quelle giornate di merda in maniera propositiva.
Al fine di vedere in quelle tre deiezioni almeno delle reazioni coronariche, mi sono tenuto in tasca da capodanno tre salve di quelle Casse dei Partigiani ancora sepolte, a ricordar loro l’inconsistenza delle millantate tantemila doppiette secessioniste.
Solo che poi non li ho più rivisti, qualcuno dice che siano proprio spariti.

E pensare che un tempo c’erano veneti illustri a tal punto che nonostante fossero nelle antipatie del clero per aver santificato la Natura e la quiete dell’Ozio nato dal Sapere e dal Pensiero, venivano nominati cardinali, pur avendo ex mogli, amanti e più figli sparpagliati in giro.
E questo perché la chiesa era talmente un puttanaio che per un periodo ha dovuto ‘assumere’ personalità eccellentissime del panorama intellettuale italiano per tentare di darsi una parvenza di istituzione seria, non ci riuscì e gli toccò inventarsi il Barocco cent’anni dopo per stupire le menti dei semplici con un po’ di stucchi e spaventarle con anteprime dell’inferno, poste in cripte tenebrose dove esponevano morti in decomposizione.
Ma Pietro Bembo morì ben prima a Roma, lontano dalla sua amatissima tenuta di S.Maria di Non nel padovano, dove si recava a unirsi spiritualmente con Natura del posto, benevola e profumata. Qui contemplava, scriveva e poetava tra le sue magnifiche collezioni, oggetti d’arte ed i suoi libri, alcuni scritti ed editati da lui in formati ridotti nella misura e nel costo, guadagnandosi in questa maniera, oltre alla fama di letterato e umanista, anche quella di inventore e divulgatore dei libri tascabili.

E poi a Roma ci sono andato anch’io con tutta la tribù, in un periodo impossibile o quasi: a giorni quindici dall’elezione del Nuovopapa™, in piena settimana santa a schincàre vie crucis, transumanze di pellegrini, papaboys e torpedonate di turisti più o meno religiosi. Un buon modo di riprendere gli spostamenti dopo un inverno stanziale, lungo e piovoso, dove i nutrimenti per la mente li ho trovati in viaggi mentali indotti da aspirazioni poco lecite, visioni cinematografiche a sparglio, letture consigliate e lunghe camminate sull’argine. Tenendo sempre in tasca la carta di una cioccolata fondente, giusto a ricordare la dolcezza e l’amarezza di una stagione dai tanti momenti , tristi e divertenti, e non di momenti tristemente divertenti.

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Cluster comer

Nel vassoio ho un piatto di tagliatelle col ragù di resti di macello, tacchino allevato in capannone al curry e piselli della Valle dei Cani tà Morti, come bibita mi son versato nel bicchiere un terzo di coca, uno di aranciata e uno di acqua con le bollicine mentre due sbarbi mi guardavano come se mi fossi pisciato nel bicchiere.
La mensa è rumorosa e affollata, ma da quando l’Ente che mi dà il Pane ha deciso di applicare la spending review® sui dipendenti togliendoci anchetre euri di buono pasto ho abbandonato come molti altri le trattorie e pizzerie del centro per alimentarmi in questo contesto poco salutistico, roboante, tintinnante e assai giovanile. Inutile dire che grazie a queste politiche oculate della nostra classe dirigente in capo a pochi mesi quegli esercizi che già campavano sul filo di lana coi nostri buoni pasto chiuderanno.
Di fronte ho due ragazze che parlando degli esami che devono fare decidono di orientare la loro conversazione a quando erano alle medie e i profi erano così e colà.
Quando loro erano alle medie io allevavo due marmocchi.
Ora una di loro deve dare Lettere Qualcosa e l’altra Epistemologia di Salcazzo e i miei marmocchi sono diventati ragazzi, io ho qualche capello bianco e molti di loro hanno deciso di trasferirsi nei posti più impensati pur di abbandonare la sommità del capo, tipo sul torace e schiena a formarmi un grazioso e morbido gilet o nelle orecchie spuntando come antenne di insetti dal mio cervello bacato.

Le due tipe hanno l’aria di essere state allevate in prossimità di sacrestie e zone artigianali alternate a colture intensive di mais da foraggio, e hanno l’espressività di due coperchi: zero linguaggio facciale, voce monotono e vagamente lamentosa dal marcato accento dell’alta. E’ difficile sentire accenti del centro e del sud come una volta in cui i cervelli percorrevano la penisola incrociandosi e germinando in un contesto multiregionale, da quando le tasse universitarie sono diventate così alte mantenere un figlio fuorisede è follia e fare lo studente lavoratore devi perlomeno o prostituirti o spacciare.
Noto che ci sono diversi africani, li studio un po’ mentre faccio la scarpetta col ragù, se non sono seduti tutti insieme sono accoppiati a una ragazza locale, magari figlia di un leghista di Treviso, e di ciò mi compiaccio. Le ragazze africane sono poche, ma esibiscono appariscenti quanto improbabili acconciature molto lisce e ramate da rasentare il sospetto di una parrucca e stanno in contesti femminili e multirazziali,  erasmus, asiatiche, americane, in un chiacchiericcio fittofitto che si mescola al tintinnare di posate e al brusio generale.

Il tacchino al curry sa di curry, potrebbe benissimo essere poliestirene al curry e non se ne accorgerebbe nessuno, i piselli fanno schifo, provo a mescolarli col curry ma sanno di piselli schifosi col curry, quindi li abbandono al loro triste destino.
Finisco il tacchino proprio mentre si avvicina un terzetto di fanciulle vassoiopieno-munite che cercano tre posti vicini per sedersi tutteassieme, nel tavolo adiacente ci sarebbe, ma un tipo occupa il posto centrale dei quattro liberi e nonostante avesse visto tutto non si scompone, continuando a mangiare le sue ultime patatine e fissando le tre come fanno i gatti che guardano i cerchioni delle macchine che passano, roteando la faccia.
I due coperchi nel frattempo si alzano e le tre si dirigono verso di noi bloccandosi con aria interrogativa su di me che sto  bevendo la broda frizzante che mi sono mesciato poco fa, rutto sommessamente e faccio cenno loro di accomodarsi che me ne sto andando, loro si avvicinano tutte contente e prendono posto battendosi i palmi delle mani tra loro in una sorta di gimmifive di festivalbaresca memoria solo un po’ più articolato, tra il saluto rap e il battimani con cantilena da scuola dell’infanzia.
All’affollato banco del caffè la signora rubiconda sforna bicchierini fumanti come se non ci fosse un domani, da una macchina che lavora a questi ritmi esce un caffè eccellente che neanche fosse fatto con l’acqua bollita sulla caldera del Vesuvio, nonostante il bicchierino.
Esco al sole, è una bella giornata e mi sento un po’ pesante, quando ero solito mangiare in mensa appena uscivo mi accendevo una Diana rossa, ma adesso sono quattro anni che ho smesso di fumare, mi fumerei una canna bella robusta di quelle che scaldano i globi oculari e ti stampano un sorriso in faccia per almeno un ora, ma al momento sono sprovvisto di principio attivo. Di conseguenza m’incammino senza troppo entusiasmo verso il lavoro.

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Money, it’s crime (Grab that cash with both hands)

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Ho sempre avuto il sospetto che uno della coppia dei meccanici a cui ogni primavera porto la moto a dare una controllata fosse un camerata, il grugno sempre incazzato, lo sguardo basso e livoroso, la testa rasata anche a gennaio e i monosillabi masticati parevano indizi sufficienti, suffragati ieri quando mi ha accolto per il ritiro della Splendidosa con la frase, Hai visto? Siamo fottuti! e alla mia faccia interrogativa mi indica il monitor del pc e me lo gira cosicché io possa vedere la pagina del Fattoquotidiano dove scorre un video sulle banche e i ciprioti incazzati. Faccio per dire ah ma allora tu non.. che quello si affretta a dire che anche su Libero dicono le stesse cose che lui le notizie le incrocia, che non pensi che sono uno di quelli che se le beve tutte, però non leggo repubblica eh. Se è per questo manco io, anzi manco leggo più i giornali, saicomé il Mattino al bar giusto per buttar giù il caffè, comunque dimmi perché saremmo fottuti?
Che potevo starmene zitto annuire, pagare e telare e invece scelgo di sucarmi sto quarto d’ora di delirio complottista anti-euro e pro-guerra-civile contro politici, impiegati statali, banche, vecchi pensionati improduttivi ecc. E per vedere fino a dove si può spingere intervallo il suo monologo con nomi tipo: Rothschild! che quello s’infervora, Massoni! e quello comincia a sputazzare trame che vanno dagli Illuminati a Monti, Difesa degli esercenti! che quello quasi sborra di empatia bellico-bottegaia, sto per urlargli Sieg Heil! a braccio teso, ma quello abbassa di colpo la voce e mi si avvicina con aria complice consigliandomi di fare come ha fatto lui, togliere i soldi dal conto corrente, comperare franchi svizzeri e tenerseli in casa, dice.
Ah, dico io.
Sissì, dice lui, l’ho fatto fare anche a mia madre che abita con me, abbiamo tolto tutti i soldi e li teniamo a casa.
Fantastico, dico io.
Pensaci, dice lui.
Ci penso, dico io.
Sono 50.57€, dammi 50.
Troppo gentile, dico io, ma di palo in frasca tu quand’è che vai in ferie?
A ferragosto come tutti, dice, vado in Austria in alto sui monti al fresco dove non mi rompe i coglioni nessuno, non c’è manco campo del cellulare e mia madre la piazzo dai parenti a Caorle.

Pago, ringrazio, saluto e parto tirando le marce con l’idea che uno alle brutte potrebbe sempre farsi un ferragosto alternativo e remunerativo a casa di questo premio nobel di scaltrezza, furbizia, riservatezza e buon senso, con tutti i soldi della vecchia e i suoi a casa e già convertiti in valuta pregiata, in contanti e non rintracciabile, e a giudicare dal suo Q.I. sicuramente nascosti sotto il materasso.

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Blue

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Il caldo e l’umido si sommano all’odore di cloro, al rimbombo delle voci e allo sciabordio dell’acqua, quando arrivo alla corsia mi infilo gli occhialini, metto la cuffia, sfilo le infradito prezzoblù Decathlon e mi tuffo entrando in acqua con gli occhi aperti per assorbire appieno il cambio di stato della materia, e percepire nettamente la mia brachicardia mentre m’incuneo nell’acqua nella posizione più idrodinamica possibile.
Rimango così allungato e filante finché non termina l’abbrivio e vengo sospinto in superficie, doso l’espirazione in mille bolle blu fino a quando emergo a un terzo della vasca, prendo il respiro e parto in crawl fino a che non tocco il muro, mi giro e riparto a rana, su e giù per dieci volte, una vasca a crawl e una a rana, sostanzialmente in questo consiste il riscaldamento.

La modularità degli esercizi nel mantenimento dell’apnea poi cambia in base all’istruttore, con il Sergentemaggiore Hartman i ritmi sono serrati in un susseguirsi di battiti di mano,  muoversi! fischiettate, vai!  ordini abbaiati dall’alto. Con Ciano Felix che sguazza tra noi è tutto molto più disposto sul rilassamento, l’autocoscienza della respirazione e il miglioramento progressivo delle prestazioni. Con altri la cosa può essere improntata sull’aspetto sportivo tout court, o quello stilistico, o su quello che comprende le più svariate sequenze natatorie, tutte comunque finalizzate dopo un’ora e mezza di vasche a fare in immersione i cinquanta metri o più.
Sia per l’affinità con l’elemento, che per i risultati la cosa mi soddisfa assai, inoltre non è contemplata tutta quella casistica di aberrazioni sportive quali lo spirito di squadra, l’agonismo e l’aggressiva pulsione a primeggiare per vincere, qui al 75% è una questione di testa, al 5% di polmoni, 10% di struttura fisica, e motivazione q.b.

L’annuncio di mettersi le “scarpe lunghe” arriva dopo mezz’ora di andirvieni e mi bendispone, soprattutto perché coi piedi di un metro mi trasformo in un siluro e poi perché mi concedo evoluzioni sul mio asse in un glorioso ricordo primordiale di quando ero un pesce, e se scortato da considerazioni sul passionale impiego di altre calzature posso sempre puntare sul fondo del fondo degli occhi arrossati, plausibilmente dall’acqua clorata.
Ed è quindi soprattutto quest’isolamento dal mondo terrestre che riempie i miei piccoli polmoni facendomi avanzare silenzioso sotto la superficie delle cose tangibili, che mi permette di accarezzare con tutta la pelle esposta la consistenza delle attese, dei sogni, dei pensieri, perché è di quella densità che sono fatti, avanzandoci dentro e raggiungendo limiti , fisici e non, di cui ignoravo l’esistenza. Accompagnati dall’istantanea consapevolezza di volerli superare, a costo della sincope anossica.

Un metro al secondo, questo il mio rapporto spaziotemporale attraverso l’acqua, una volta immerso ci siamo solo io, la mia testa collegata alle gambe e il cuore nelle orecchie con un rassicurante battito tu-tump, tu-tump. Il ritmo è la spia del consumo di ossigeno, aumenta infatti nella virata e non sempre riesco a farlo rientrare nei successivi 25 metri dove a un terzo della seconda vasca l’aria vuole risalire verso la bocca, devo impormi di tenerla dietro la glottide, ma il diaframma s’indispettisce e manda gente all’interno dei polmoni a scalciare e gridare Aprite! Qua non si respira! sottoforma di un umpk!- umpk!  battuto in gola. Il punto è mantenere il rapporto tra i suoni senza farsi prendere dalla fretta consumaossigeno, ogni due tu-tump è normale un umpk! da accompagnare con due pinneggiate, così avanzando nei polmoni smettono di protestare e la testa pensa alle gambe che si fanno accompagnare dal cuore, e così quando intravvedo la fine della corsia è mia divagazione il ruotarmi con uno scatto a sinistra, con due a destra, con uno di nuovo prono e quindi superate le bandierine girarmi di 180° e uscire sul dorso e mettermi in piedi, espirare tutta l’aria consumata per riempirmi di quella nuova, e pensare: fatti i cinquanta anche oggi, a settantacinque la prossima volta ci arriviamo? Perché poi di fatto è questo l’inganno della vasca, o del campo, o dell’area: la misurazione, che mal collide con chi intende e anela la vastità, ma ne dà comunque la portanza al ritmo per poter affrontare il mare.

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Tremolina

tumblr_mex2k8iPSG1rtcsevo1_1280Tremolina è anni che lo si vede girare per la città a fare la questua, ora tra le auto in coda nei migliori incroci della città, ora tra i passanti del centro. E’ qui dai tempi delle prime ondate di profughi dall’Albania ed è ben conosciuto e chiamato così proprio per il fatto che mentre esercita la sua professione trema come un epilettico avanzando a membra inchiodate e sussultando come se avesse qualche morbo o qualche lesione agli arti o al cervello, tende la mano con aria esausta senza dire niente, esprimendo tutto il dolore possibile con gli occhi.
Lui si guadagna la vita così, dorme in dormitorio, mangia alla Caritas e quando non trema e si scuote lo puoi trovare in qualche temporaneo capannello di avvinazzati da strada a bere vino in cartone e fumare sigarette slave, sempre con quell’aria mesta e sbattuta, con la pelle zozza di chi viene sbattuto giù dal letto direttamente in strada ogni santo dì, e coi vestiti stazzonati e lisi e pulci da grattarsi con le unghie nere, e sempre più o meno solo.

L’altro giorno  lo vedo che cammina con aria serena tenendo per mano un bambino di qualche anno, dietro di lui una tipa dai capelli scarmigliati, ben vissuta e mal vestita di due giacconi lisi uno sopra l’altro che lo segue su  scarpe deformi con due buste di plastica in mano con dentro cose. Tremolina parla ad entrambi, non capisco la lingua ma pare chiaro dal tono che stia spiegando come è qui, cosa c’è lì, dove vi porto ora.
Arrivano alla fermata dell’autobus e si siedono sulla panca, la tipa estrae un pacchetto di cicconi senza filtro e se ne caccia uno in bocca accendendolo e ammorbando di tabacco nero gli astanti benpensanti. Lui continua a parlare e a sottolineare con i gesti quello che dice, il bambino intanto si impadronisce di una delle buste e la apre cominciando a ravanarci dentro mentre Tremolina con aria trasognata descrive con le mani qualcosa che pare un portoncino con delle scale che salgono e poi una porta e delle stanze con delle finestre, ad un certo punto  il bambino emette uno strillo di contentezza tirando fuori dalla massa un giocattolino da ovetto kinder mostrandoglielo tutto contento e chiamandolo papà, lui gli sorride arruffandogli i capelli e dicendogli qualcosa all’orecchio, e messi così vicini lo si vede chiaramente che hanno lo stesso sorriso.
Poi arriva l’autobus, lui prende il piccolo in braccio, lei tipo mantice di una fucina medievale con tre tiri crema la sigaretta buttandola sotto le ruote del bus, piglia le buste e li segue, scompaiono nella pancia della balena arancione che con la freccia a sinistra e uno sbuffo riparte verso l’Arcella.

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