Seven years

Per prenderla alla lontana mi sono detto che il motivo è che un uomo cambia ogni sette anni, lo dicevano gli antichi e lo conferma la scienza, le nostre cellule si ricambiano completamente tutte nel giro di sette anni e di conseguenza noi non siamo più gli individui di un tempo, almeno fisicamente.
Poi, prendendola un po’ più da vicino ho fatto un parallelismo con la mia attività di fotografo amatoriale, che una volta voleva fare il professionista ma poi le cose vanno in vacca e quindi, dove quel quindi è che faccio moltissime meno foto di un tempo e non pubblico più niente.
Avvicinandomi ancora un poco alle motivazioni sono giunto al fatto che il punto è la saturazione: non faccio foto perché tutto l’universo contemplato fa foto, anzi immagini, le decuplica esponenzialmente sul web in pubblicazioni dalle più scialbe a quelle più accattivanti, dove tra il pattume taken with instagram, le photoshoppate più sfrontate e le presentazioni più glamour si trovano anche toccanti immagini di gente che ha capacità, occhio, tecnica, testa e sensibilità verso questo mondo e i suoi abitanti, al cui confronto io rientro nelle precedenti e vituperate categorie.
Analogamente nello scrivere, passata l’ubriacatura dei blog ad uso social e la conseguente traslazione su fb, il fiume di parole si è ridotto nel corso degli anni  ad una cacofonia di monologhi sparati a raffica ad altezza uomo, proclami unidirezionali, onanismo da tastiera; fatta eccezione per coloro che avevano argomenti, stile, empatia, capacità e perseveranza, che vivono ad oggi ricambiati della stima dalla lettura dei loro scritti.
Per quanto riguarda i miei argomenti ho la sensazione da un po’ di tempo che non siano poi così rilevanti da doverli scrivere, e quando ne trovo qualcuno vedo che altri li trattano molto meglio di come lo farei io, lo stile è una cosa che varia dalle letture che faccio e  l’empatia la devo talvolta tenere a freno per non farmi travolgere dal mondo che c’è lì fuori, la capacità insieme alla perseveranza ultimamente cerco di dosarle in un diario a cadenza mensile dove lascio correre i pensieri a briglia sciolta, per fermarli sul foglio e fotografarli meglio.
La cosa potrebbe apparire come inadeguatezza, ma di fatto è solamente un alzarmi dalla scrivania e affacciarmi alla finestra a vedere chi passa e cosa dice, con la vecchia reflex in un cassetto e un block-note con una matita appoggiati sul davanzale.
Forse dopo sette anni di blog posso permettermi di fare l’umarell che osserva gli altri lavorare e commentarli senza dover per forza scrivere nella finestra dei commenti, e fare il baby-pensionato della rete.
O forse è come dice uno di cui sopra come Rafaeli: Uno di quei periodi che pensi di questo non scrivo, e neanche di questo, e neanche di questo, finché ti ritrovi a tagliare via tutto ciò che è importante e quindi non ti rimane niente, ed hai bisogno di far decantare questo niente per qualche tempo, prima di ricominciare.
Comunque sia questo blog si ferma qui, resto alla finestra del mio tumblr e se volete trovarmi basta che mi fischiate da sotto che vi rispondo.
State bene e grazie della compagnia!

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Il vecchio che tirava miniciccioli con timore

Stamattina andando al lavoro in bici scorgo sto vecchietto che con aria circospetta accende qualcosa tra le mani, dopo tre pedalate sento lo scoppio e dietro la nuvoletta di fumo, tra la gente trafelata che si reca al lavoro, il vecchietto di spalle che si allontana con passo svelto; passa neanche un minuto e sento in lontananza un nuovo scoppio.

Dopo un paio d’ore, nel mio girovagare lavorativo per le strade del centro, sento altri scoppi che attribuisco sottomentalmente a residui di capodanno di ragazzini ancora in vacanza. Quando in seguito ad un botto lì vicino a me lo vedo che esce dall’ombra di una colonna del portico, e con passo svelto e furtivo si allontana con l’aria di uno che adesso vi faccio vedere io di che cosa sono capace.
E’ di media statura e con una buffa andatura, sui settanta, tarchiato, in completo marrone e basco calcato sulla melona, una specie di Fantozzi colto da un rancore esplosivista con le tasche del paltò traboccanti di miniciccioli, lo seguo per un po’ a distanza e lo osservo meglio: cammina tutto proteso in avanti a passetti velocissimi, si blocca, si guarda attorno, si ficca la mano in tasca, estrae, accende con aria compunta e lancia, solo che i petardini sono leggeri e  il massimo del lancio non supera i tre metri costringendolo a ripiegare velocemente e nascondersi o voltare l’angolo veloce per poi riprendere un’andatura apparentemente tranquilla, ma con l’espressione di uno che traghetta sei chili di eroina da ‘A’ a ‘B’.

Sorrido mentalmente e proseguo per la mia strada esaurendo in breve tempo le poche commissioni d’inizio anno, quando dopo una mezz’ora, in un vicolo del ghetto, me lo rivedo che cammina velocissimo a passettini ultraveloci, ma questa volta verso di me e con un’espressione terrorizzata sulla faccia; più che oltrepassarmi mi viene addosso, bofonchia una scusa senza fermarsi, sbanda, piglia con uno stinco la fioriera di cemento di un negozio, si ribalta andando lungo disteso, perde miniciccioli, prova a raccoglierli imprecando e massaggiandosi la gamba che perde sangue, molla tutto si alza di scatto e si allontana zoppicando e gemendo gettandosi occhiate dietro le spalle.
Dall’altro capo del vicolo vedo spuntare il motivo di tanto terrore, due vigili urbani in tenuta giallo antinebbia avanzano accoppiati con molta calma, mi superano conversando delle loro vacanze piuttosto sottotono a sentire il più giovane, fatto confermato dal più anziano con il luogo comune più in voga in questi mesi dopo ‘non ci sono più le mezze stagioni’: Eh, c’è la crisi. Quindi voltano in direzione apposta di quella di fuga del vecchio in cerca di auto in sosta vietata.

 

Che poi pensavo che quest’anno sono stato buono e babbonatale mi ha portato un libro, tre bottiglie di vino e una forma di cacio. Di tanta deliziosa semplicità ho pensato bene di ricambiare evitando di far saltare il paesello a capodanno, munendomi solo di una scatola di rossi e tre batterie coloratissime puntate in cielo anziché sul campanile, anche perché c’era Don Coso che faceva la guardia, credo armato.

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For those jingle bells

La testimonianza più visibile della Crisi™ in atto è nella decorazione degli alberi di natale che si possono vedere lungo le statali di queste zone.
Se la nebbia non è troppo spessa  la presenza delle piante addobbate vi pervaderà l’animo di un miserrimo senso di disperazione che può assumere svariate forme, delle quali ne ho identificate solo alcune:

La prima è quella dell’albero di natale a conduzione familiare, tipicamente posto nei giardinetti esclusivi di villette con annesso capannone, si accendono in un inquietante frequenza stroboscopico-nevrastenica di led dai colori innaturali a basso consumo e basso costo made-in-china, rivelando il montante distaccamento dalla realtà dei tenutari dovuta a repentini cambi di stile di vita e umore dovuti a mancanza di commesse, pagamenti a 60 giorni disattesi da uno o più  trimestri, agenzia di recupero crediti alle porte, e .38 con un solo colpo nel tamburo riposta nel cassetto della scrivania.

Il secondo è l’albero di natale aziendale, ricoperto di luci accecanti e antinebbia affinché non si noti il verde che c’è sotto – che non c’è -, o perché l’hanno portato in qualche paradiso fiscale e son prossimi al primo volo per i suddetti paradisi, o perché non ne hanno proprio più e credono di distrarti con effetti speciali e colori ultravivaci.
Se lavorate in un’azienda che ha fuori un albero così è meglio che vi rivolgiate alla caritas quanto prima o almeno alla prima agenzia per il lavoro.
E buon duemiladodici.

La terza tipologia è detta alla Pene di Segugio o più volgarmente alla Cazzo di Cane, con addobbi buttali lì alla bruttodio senza creanza né passione, ma solo perché si deve fare, come sono avvezzi fare coloro che hanno nel parcheggio dell’azienda un albero così: si lavora con quel che c’è, e se facevano i laterizi in cemento ora sanno fare anche le scarpe (in cemento).  Se hanno un’azienda di autotrasporti è probabile che non vogliano sapere che cosa trasportano i loro tir perché tutte le commesse partono da Casale di Principe (CE). E’ facile che abbiano operai clandestini e irregolari nascosti nella ex stalla dello zio e i passaporti li abbiano dati a dei sedicenti russi che sono diventati l’ufficio risorse umane e che ciclicamente ricambiano il personale, talvolta arrivano anche delle belle ragazze che però si fermano poco e solitamente ripartono sui tir.
Quando vedete quegli alberi allertate il 112, il113, il 117, e per non farvi mancare nulla anche il 118.

Il quarto tipo di albero è quello ormai alla frutta, è cresciuto rigoglioso in tempi gloriosi, ma adesso non se lo incula più nessuno. Gli buttano sopra due fili elettrici con quattro lampadine avanzati da quei tempi giusto perché lo si è sempre fatto, anche se per metà è morto e per il restante è un termitaio prossimo al decesso la prossima primavera, a causa delle processionarie che hanno già fatto i loro nidi inquietanti in stile Alien tra i rami rimasti in vita. Il proprietario è un settantenne rimasto solo che va ripetendo che venderà tutto e andrà in Thailandia a scoparsi le bambine, ha alle spalle le foto della moglie deceduta e dei figli scappati all’estero o in comunità, un cane rognoso ai piedi e la bottiglia di grappa smezzata a fermare le carte di equitalia che gli notificano i pignoramenti, non parlategli dei cinesi perché lui produceva tessili.
E’ possibile che lo ripescheranno sulle griglie delle chiuse di un canale tra qualche mese, caso che verrà derubricato alla voce *depressione* per non spaventare ulteriormente la rimanente classe imprenditoriale locale.

Io invece quest’anno lascerò perdere l’albero e investirò nell’immagine del natale con un bel presepe licenzioso e benaugurante onde sfanculare la crisi e il capitale, la paura e l’istituzione: Una bella gang-bang nella stalla con bue e asinello dalla visibilissima nerchia, re magi sodomiti sotto stella cadente lattea e spermeggiante, pastorelle esibizioniste e dissoluti pastori in rigorosi contesti animal core. Statuine dei mestieranti in pose non propriamente pie faranno da contesto ad una rappresentazione che farà diventare la mia modesta magione un LuogoDiCulto©, consentendomi non tanto di non pagare l’ici, quanto di dedicarmi dal prossimo anno al credo Pagano-Burlesque-Canteista di rito orgiastico.
Scopate, moltiplicatevi, voletevi, fumate quel che coltivate e spassatevela finché siete sotto questo cielo: questo il titolo del primo sermone che terrò in soggiorno dal 1° gennaio, eucarestia con goldoni, offerte di ciuffe e vergini in prima fila, e Boccadirosa poco lontano.
Non fatemi i bravi.

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Pavlov comfortable driving

Da quando ho soffritto tre grosse cipolle nella mia padella d’alluminio preferita, i miei guanti olezzano di soffritto.
Il tutto è successo perché ero convinto di avere un grosso petto di pollo da fare a dadini e spolverare con curry e invece no. Quindi ho dovuto inforcare la bici e pedalare di corsa fino al supermercato, e siccome batteva un freddo becco mi sono messo i miei guanti da tiratore scelto in pelle nera, che adesso puzzano di soffritto di cipolle di Tropea.

Inoltre l’altra settimana di ritorno dai colli dove ero andato a prendere il vino dal contadino, per immettermi  nella statale trafficata ho affondato l’acceleratore quel giusto che una damigiana sboccasse l’opportuna quantità di rosso nel baule, un qualcosa come cinque o sei ombre a sparglio.

Quindi da due settimane ho l’auto che sa di cabernet e le mani di soffritto, e quando monto in macchina mi verrebbe da mettere la tovaglia a quadretti bianchi e rossi sul cruscotto e il cestino del pane vicino al cambio.

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Il fumo e l’arrosto

Un attentato terroristico è stato compiuto sabato scorso poco dopo l’ora di pranzo nel  locale vetrato per fumatori del ristorante dell’Ikea.
Pare che un uomo, dopo aver consumato un lauto pranzo ed essersi esibito in altisonanti rutti in contemporanea a complicate manovre con uno stuzzicadenti biascicate a bocca aperta, si sia recato nei locali per fumatori, peraltro abbastanza affollati a quell’ora, e al grido: Più Fumo & Meno Fame! si sia acceso con tre fiammiferi da cucina un immane chillum cremandolo con un unico potentissimo tiro e riversando sugli astanti una nube spessissima che ha invaso il locale.
Approfittando del panico, ma soprattutto della scarsissima visibilità che la nube ha provocato nel cubicolo trasparente (rendendolo bianco-panna), il terrorista è riuscito a mescolarsi con gli avventori tossenti in fuga e a dileguarsi nonostante la rete di telecamere presente nel negozio.
Dalle testimonianze raccolte emergono aspetti discordanti che gli inquirenti stanno valutando attentamente: la dichiarazione di uno dei presenti che si dice certo che quello era Nero Pachistano si scontra con la testimonianza di una vecchia tabagista che sostiene invece si tratti di un bianco alto e grosso con una voce da betoniera. Il fatto che poco dopo l’attentato sia stato rinvenuto, -a seguito di una telefonata anonima piuttosto sconclusionata fatta da un tipo che continuava a sghignazzare-,  all’interno di un cassetto di un comodino Birkeland un volantino ciclostilato recante la scritta “Gangia Libera Gangia Rossa” a firma di un mai coperto Red Eyes Brigade, non lascia spazio a dubbi sulla matrice del gesto.

Poi ieri sera al Bestia hanno dovuto spiegarglielo che per avere maggiore visibilità per la causa non occorre recuperare pratiche di trent’anni fa, perlatro già fallimentari al tempo, e che comunque al ciclostile ora è d’uso la stampante.

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Tre+1

Questa mia collega, che insegna catechismo a giovani imberbi il sabato pomeriggio presso la locale parrocchia, alla mia domanda se sapesse che cosa significasse il termine Apocalisse mi ha confessato che oltre a non saperlo non ha mai letto la Bibbia per intero.
Il fatto che questa ultratrentenne sia portatrice sana di quarta di reggiseno mi ha ben disposto nello spiegarle il significato del termine suddetto, con tanto di radice greca e spiegone sulle versioni e traduzioni della bibbia nel corso dei secoli e relativi maneggiamenti spudorati da parte di chi sai benissimo anche tu. Ma lei mica sapeva, anzi, e mi guardava spazientita come se le stessi spiegando la teoria evoluzionistica invece di disquisire sul sesso degli angeli.
Al che poi la conversazione è andata estinguendosi per palese disinteresse di lei, a cui non interessava una ceppa sapere della mia lettura della bibbia direttamente dalle pergamene di Qumran.
Una mezz’ora dopo, in tutt’altro discorso, mi ha detto che lei è una persona profondamente spirituale e che da un po’ di mesi fa Yoga con la Wii.

Un’altra mia collega ascolta musica banale: arriva e accende Radio Salcazzo International, dove trasmettono hit anni ottanta, disco pop, l’ultimo vasco rossi, tormentoni estivi, dance da balera di provincia, cantautori di serie Boh, britpop rimacinato, notiziari, ondeverdi e secchiate di pubblicità entusiaste: dalla carrozzeria sottocasa, agli scontissimi del supermercato dietro l’angolo, dalla lavanderia che lava i tuoi calzini dal 1973, all’enoteca di Toni il Derfo, che lo sanno tutti imbottiglia il Tavernello nelle bottiglie Dop-Igp.
E lei in sto bordello, scrive, calcola, telefona, interloquisce, insomma riesce a lavorare.
Alla mia  terza eloquentissima occhiata mi ha chiesto scusa che lei la radio la usa come sottofondo, poi che le piace Tizio, Caia, i Semproni e compagnia cantante, Tipo questa senti chebellah!: e-nananananà!.., allora la interrogo, e prima di rendermi conto che è una somara musicale colgo con sgomento anche che non le interessa capire da dove arriva la musica e come, le va benissimo nananananà e mi fa la faccia tipo si vabé rock, blues, quellochevuoi sempre musica è.
Giorni dopo durante una  conversazione rispondo ad una sua sconsolata domanda con: potrebbe piovere, rimanendo raggelato dal suo sguardo vacuo. Comprendo subito in seguito ad un brevissimo interrogatorio che è uno zero totale anche cinematograficamente, eppure i film li guarda, ma tutti quelli che passa il convento, così come la musica.
Da un po’ la osservo con occhio antropologico, come un esemplare in cattività che si pasce del pastone del guardiano. Ed effettivamente tutto collima: la ricerca della gratificazione estetica fine a sé stessa, la socialità che non scende oltre un certo livello di profondità, la squisitezza con cui si rapporta col prossimo se non sconfina entro certi parametri, (quali ad esempio qualsiasi forma di cronologia storica atta ad approfondire un qualsivoglia aspetto che sia politico, artistico, storico o perfino di costume), in quel caso scatta un’esposizione di denti e l’ignorare l’interlocutore o il cambio diametrale del discorso. Tipo le dici che quel tizio recita così bene nel film perche viene dal teatro dove ha interpretato… e lei ti risponde se hai visto l’ultima offerta su groupon o se nanananà ti piace.
Punto.

L’altro giorno una mamma biondo-mesciata con due figli viene assalita da un cucciolone di bracco sfuggito dal guinzaglio della sua giovane padrona che lo richiama. Ma quello vuole giocare e fa un sacco di feste ai tre, dei quali la mamma indispettita tiene stretto il figlio grande mentre la piccola strilla e cerca di scappare dal lillone che le fa le finte e la slappa scodinzolante, rincorrendola attorno agli altri due. Lei urla e chiama aiuto mentre la madre la guarda schifata senza dirle niente, alternando lo sguardo verso la padrona del cane aggiungendovi disprezzo q.b.
La padrona raggiunge il lillone e si scusa, per tutta risposta la mamma la incenerisce con lo sguardo, alza il mento piglia i figli e se ne va passandomi davanti, a quel punto io dovei farmi i cazzi miei,  e invece mi rivolgo a lei dicendole che è il caso che insegni alla figlia che non si deve mai, scappare da un cane, che se oggi è un cucciolone, la prossima potrebbe essere un rottweiler lasciato libero e a digiuno dal suo padrone nazista, quella mi fissa tipo fatti-i-cazzi-tuoi, alza il mento e se ne va verso il suo Subaru targato EH qualcosa.

Ora io mi domando:

Se arriva l’Apocalisse, comprendi che stai realizzando una profezia auto-avverante sulla tragica dipartita tua e di tutti i tuoi scolari, che avresti potuto salvare con una semplice googlata sul termine in questione?
Se non approfondisci nulla della tua esistenza, dagli interessi alle relazioni umane, quando il destino ti richiederà –perché prima o poi lo farà- lo spessore necessario per affrontare la vita, tu che cose gli risponderai? Nanananà?
Se non sai provvedere alla salvaguardia della tua progenie neanche da un cucciolo giocherellone con un minimo insegnamento basilare, perché metti al mondo i figli? Per accessoriare la Subaru?

Ma soprattutto:
Perché non mi faccio davvero i cazzi miei e non lascio che questa gente si estingua come merita?

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E niente

Ieri passando davanti all’Aida ho scoperto che non esiste più non solo l’osteria ma pure i locali che la ospitavano, al posto delle due vetrine ci sono due garages coi basculanti mascherati da portoni di antica dimora padronale, e la palazzina è stata restaurata rendendola un palazzo signorile da topaia fatiscente prossima al crollo che era. Praticamente hanno restaurato i miei ricordi con la malta cementizia FassaBortolo e dove giocavo a carte con gli sderenati del luogo ora sono parcheggiati quattro suv da centotrentamila euro su un parquet di baobab.

Avanzando sulla stessa strada sotto i portici e sotto la scritta che porta il nome del mio nik su una non tanto nota piattaforma qualcuno/a ha scritto ciao, e io ho subito pensato a chi poteva averlo scritto e a voce alta superando il muro ho detto ciaoeh? Insomma anche Aida se n’è andata e qualcun altr mi saluta, ciao.
Certi particolari quando si susseguono incastrandosi perfettamente mi danno sempre delle sensazioni che debordano dal continuum ordinario di cui facciamo parte, non so se rendo, ma se non rendo va bene uguale, tanto quello di cui voglio parlare non va a parare da nessuna parte, sappiatelo voi che vi aspettate un racconto di gioventù delirante, una critica sferzante a questa politica, un’ipotesi apocalittica sulla crisi economica con tanto di link giusti, no, questo post non ha alcuna direzione narrativa da seguire.

Difatti a questo proposito volevo cogliere l’occasione per farvi sapere che sono molto soddisfatto delle tante cose che ho fatto in questi ultimi mesi, cose che rimandavo da anni, tipo il restauro di una vetrina anni ‘20 che adesso ospita la mia collezione di fumetti e fa bella mostra di sé nella Stanza Gialla della mia magione.
Stanza che ho scrostato, consolidato, stuccato e imbiancato da cima a fondo, dove il giallo occhieggia su alcuni particolari degli infissi, giusto per scaldare visivamente la stanza più fredda della casa.
La Stanza Gialla è a sinistra del labirinto, dopo la piscina col Nettuno, la Sala delle Armi e il Fumoir, sempre dritto a sinistra.
Il rimbiancamento della suddetta era quattro anni che aspettava e la vetrina otto. Per dire.

Con il rimestamento di masserizie domestiche dovuto ai lavori son dovuto intervenire pure nella cantina ingegnandomi in mirabolanti opere di ingegneria pensile, liberandomi di fardelli del passato, riempiendo i cassonetti dell’indifferenziato e immergermi in stratificazioni temporali da cui se ne esce sempre un po’ sgomenti, comunque contenti, di aver fatto un po’ di spazio.
Poi, tra le cose fatte,  c’è anche da appuntare che nell’orto quest’anno i porri sono venuti benissimo, quasi come i pomodori, ma meno rossi; e che inoltre, di palo in frasca e pigliando la palla al balzo ho fatto passi in più nel condurre natanti, che però non ho più condotto da agosto, rimedierò.

Nell’eseguire tali lavori talvolta ripetitivi e vagamente ipnotici ho avuto illuminanti deduzioni su come migliorare il mio Vettore Temporale Asincrono, migliorie che mi hanno permesso di spostarmi tra i piani spazio-tempo non solo con maggiore fluidità e precisione ma anche più distante e più addentro nei particolari del divenire o di quello che fu. E con questo vorrei anticiparvi che nel prossimo divenire a breve/medio termine ci saranno tempeste di cazzi che manco la pioggia di rane di Magnolia, solo con l’impatto di un 7.5 Richter e l’intensità di un’alluvione sul Levante Ligure, in più con l’aggravante dell’odore di merda che soffierà  a centoquaranta nodi rafficati.
Però tranquilli, se vi tenete attaccati l’un l’altro, non andate in iperventilazione da panico, la spuntate sull’afrore latrinico, e riuscite a evitare le cazzate in caduta libera, ne uscirete indenni scoprendo che come sempre dopo la tempesta arriva il sereno e che dal letame nascono i fior, ollé!

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Impressioni di Settembre

Venerdì mi hanno portato a mangiare pesce alla cattosagra parrocchiale del mio quartiere, una fritturina della madonna e baccalà innaffiati copiosamente da un vinello bianco e fresco, il tutto attorniato da quella echeggiante fauna che si raduna tipicamente sotto i tendoni delle sagre.
Al settimo bicchiere e a frittura ultimata, proprio quando stavo per attaccare il baccalà, mi si siede al tavolo a fianco il gruppo musicale della serata al gran completo, Luana & gli Amici, dove la presunta frontgirl del complesso è una cinquantenne dal capello biondo et fluente con minigonna  rosso fuoco all’ovaia, che fa pendant col rossetto e le scarpe con tacco dodici. Gli Amici sono sessantenni minati nel fisico da una dieta da tendone ristorante, ma soprattutto da decenni di canzoni da sagra, tanto da rivelare alla prima occhiata il loro strumento di appartenenza: la panza del batterista si coniuga perfettamente con la gobba del bassista, sottolineata da un baffo d’antan e il taglio di capelli ricci e radi ma con la coppa lunga, come quella del chitarrista che tenta di rinnovarsi più del collega con un riporto agghiacciante; la forma a pera del tastierista denota la sua propensione a pencolare sulle tastiere da in piedi, e infatti pencola pure sopra i bigoli in salsa da seduto, mentre Luana ammicca e lancia sorrisi sorseggiando vino in attesa del suo vassoio di pastura.

Merito forse del litro di bianco ingurgitato, ma a concerto iniziato gli Amici di Luana non mi paiono poi cosi terrificanti: a parte i pezzi classici da sagrone settembrino, coi fumi delle costicine sul palco di tubi innocenti e le luci disco, il gruppo ad un certo punto estromette Luana e si mette a fare tutti quei pezzi vorrei-ma-non-posso anni sessanta, periodo in cui il panorama rock nazionale disponendo di un pubblico che capiva solo l’italiano quando andava bene, doveva tradurre i testi storpiando spesso il contenuto della canzone o reinventandolo genialmente.
E così quando ad un certo punto fanno i Sorrows con accento anglo-mestrino, io seduto sulla sedia di tubino di plastica arancione intrecciato mi commuovo, così, platealmente, nell’improvvisa consapevolezza che questa italica celebrazione tutta nazionalpopolare è autogratificata da un passato remoto che viene rimetabolizziato continuamente e a cui ridiamo il nome se va bene da vecchia gloria, dalla Fiat500 alla Fine del mondo di Ligabue; sennò lo rieditiamo gattopardescamente con un altro nome cambiando bandiere nere con cieli azzurri, virando con nonchalance semantiche da baldracche a escort e rifrullando lo scuorno nazionale con l’amor patrio take away, ovvero la giusta dose che ci permette di cambiare discorso approfittando dello sbigottimento dell’interlocutore e buttarla in tarallucci e vino, in attesa che il tema ritorni per rivestirlo con nuovi abiti.

E questo, badate bene, non è il geniale ready-made italiano che riutilizza i motori dei carrelli per aerei Piaggio per fare avanzare l’Italia del dopoguerra sulla sella di una Vespa, ma è quella che chiama Vespa uno scooter contemporaneo, arrotondandolo nelle forme per farlo accettare come l’originale. Il meccanismo che fa funzionare questo sistema è simile, solo che il primo fa avanzare una società, e il secondo invece la fa girare in tondo a seguire la propria coda in un divorare le proprie deiezioni mirabilmente confezionate per devozioni a suon di slogan da stadio, jingle pubblicitari e giaculatorie reiterate, che ci nutrono di tossine da decenni in un loop pop che non lascia scampo.

Vero è anche che prima di  girare in tondo stavamo in riga sotto la più infame e archetipa delle dittature, in cui tuttavia un moto irrinunciabile di libertà riusciva a scatenare l’azione che ci avrebbe, a prezzo altissimo, liberato. Mentre ora quell’impeto primario viene quasi sempre convogliato a fini consumistici, o relegato a devianza, o semplicemente abbattuto come non conforme alla realtà ordinaria.
Se poi questo anelito non è propriamente di libertà, ma di quella necessità simile e tipicamente umana a socializzare e creare, e se ciò non risulta particolarmente pericoloso viene incanalato nella devozione collettiva alla puttanata, come Il ballo del QuaQua, il fitness agostano sulla battigia con l’animatore, l’angelus domenicale e l’associazionismo di ripiego o cose ancora più terrificanti e teleindotte come prendersi il numerino per andare a vedere la Franzoni in tribunale che piange, fare pellegrinaggio alla cisterna di Avetrana o portare i panini col salame ad Eluana.

Poi, mentre me ne sto lì a elucubrare su queste iperboli di costume & società, improvvisamente la cantante minigonnata balza sul palco e acclamata  attacca a cantare Le Cicale, e una quota di spettatori – come in una primordiale danza d’accoppiamento indotta da un comando remoto – si mettono a cantare cicalecicalecicale tutti contenti e felici ad agitare le mani e ancheggiare, in un’entusiasmo confezionato in atmosfera protetta di pronto consumo per tutti gli usi socializzanti, dal ballo alla ronda, dallo stadio al presidio contro il degrado, dal familyday alle Cicale di Luana & gli Amici.

Come gli Amici di Eluana, appunto.

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Disdire, strafare, girare, chiacchiera, movimento.

La vera tendenza dell’estate duemilaundici è stato il disdire.

- Avevo detto che andavamo a mangiare fuori, ma ho disdetto che ho fatto l’insalatona di riso.
- Certo che te l’avevo promesso che avrei dipinto soffitto, pareti e infissi del salotto in questa settimana, ma disdico perché ho avuto un invito per quella settimana sul Garda a far vela.
- Perciò disdico anche l’andata in treno con voi al mare e scendo in macchina, poi sto una settimana io coi ragazzi, tranquilla, quindi puoi disdire la mia presenza per quei giorni.

Cosa dici?
Disdici!
Scopiamo?
Ma se tra mezz’ora abbiamo l’appuntamento?
Disdiciamo e scopiamo.
E se andassimo lì invece che là?
Disdiciamo.
Tu dici?
Disdici.

Fare le finte alla realtà programmata e spiazzare la prassi con improvvisi scarti e tempi veloci ti colloca su un piedistallo di onnipotenza verso l’ordinario, di cui ti fai beffe attaccandoti alle code degli eventi per farti trascinare in altre opportunità e perpetuare quello stato dinamico da cui ti aspetti impossibili rivelazioni.
Rivelazioni che non appaiono perché oggettivamente non ci sono, ma che ti lasciano alla fine un conglomerato di cose fatte, frasi dette, gente conosciuta, atti compiuti, inutili confini mentali polverizzati, aspettative se non pienamente realizzate, sicuramente riformulate e fatte calzare senza sforzo, senza contare i molti chilometri percorsi.

Come ogni devianza che si rispetti [visto che si devia dalla programmazione], anche il disdire presenta alla fine il conto, che nel caso si rivela come un distaccamento dalla realtà, cosa peraltro a me già ben nota e di cui io e la realtà siamo come consumati amanti che si amano/odiano e non possono fare l’uno a meno dell’altra, ben consapevoli.
Ma questo distacco non è la lisergica consapevolezza della molteplicità dei piani del reale o la mistica separazione dalla realtà, quanto un’asincronia temporanea nella successione degli eventi.
Mi spiego: è come quando passeggi con una persona, [in questo caso io e gli eventi di questi giorni non disdetti], e questa ad un certo punto va più veloce di te di un passo, o ne rallenta di uno, ma tu non ti adegui alla sua velocità, bensì ne ritrovi il riallineamento nel percorso mantenendoti costante nella tua andatura, stringendo le curve o allargandole, zigzagando o tenendo la barra più dritta della sua, a seconda.
E’ una forma di adeguamento passivo che non affatica e richiede solo un diverso grado di concentrazione per seguire la successione delle cose e del loro relativo compimento, laddove la misura della distanza del passo è l’ordine d’importanza degli eventi intercorsi mentre disdicevo quelli già programmati.

In buona sostanza non fatevi ingannare dalle parole, ho scritto un post e il che vuol dire che le ultime cose vissute prendono ordine, che sto finendo di dipingere il salotto, che riordinerò a breve il garage, concluderò un po’ di cose al lavoro, e man mano che il quadro di questi ultimi quaranta giorni si compone tornerò al passo del comune fluire delle cose e ad immergermi nel continuum temporale ordinario della stagione postferiale.

Sempre che non disdica.

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Bien sûr!

Il ‘bentornato’ è stato il cogliere dietro le veneziane l’espressione di sbigottimento e disgusto della carampana del primo piano quando ho baciato il muso polveroso dell’Ammiraglia con gli insetti spiaccicati sopra.
Quel bacio se l’è ben meritato, visto che ci ha scarrozzato allegramente sempre stracarica su strade perigliose, tornanti a picco su baratri, piste sterrate e infangate senza batter anabbagliante, tra mucche, cinghiali, porcelli selvatici, sempre sul pezzo di strada che le assegnavo con lo sterzo.
Le ho perso un coprimozzo durante un rally con la colonna sonora di risate sguaiate dai sedili dietro, mentre da quello passeggero era un continuo: Vapiano! Occhioallabuc..Ahio! Rallent’Attentoallcurv..maporc! vaipian’oh!.. Il sass’oh! Ma tutti li devi prenderRallentaaa!..
Poi quando siamo arrivati lei ha detto ai ragazzi che siamo nelle mani di un pazzo e loro continuavano a ridere, papà lo rifacciamo? Daidaidai!
No, ragazzi dobbiamo montare la tenda, siamo seri.

Che poi montare è una cosa facile se fai come quel francese che ha lanciato spavaldo la sua Quechua 4seconds in aria per farla atterrare aperta, il giorno che doveva partire però era lì a piegarla montandoci sopra e quella si apriva come una molla. Poi ha provato a decrittare le istruzioni e niente, alla fine lui e la moglie e la tenda in una tenzone allo spasmo ha portato che la 4seconds si aprisse sui denti di lei, quindi lui l’ha attaccata (la tenda) con prese di kung-fu, ma quella niente, allora ci ha riprovato con calma mal contenuta e quando pareva che, quella SPROING! di nuovo in piedi. Dopo mezz’ora il tipo ha fatto una crisi isterica e si è messo a prendere a calci la tenda che gli rimbalzava contro con pari forza lesionandogli tibia e perone, quindi le è saltato addosso con urla belluine e quella l’ha rispedito a terra. Il poveretto allora si è chiuso nei bagni a piangere sommessamente, mentre la moglie da fuori cercava di consolarlo.
Due campeggiatori biondissimi barbutissimi e tedeschissimi, impietositi da quello spettacolo, li hanno aiutati piegando la malefica e impacchettandola in 4’’ giustigiusti.

Comunque far campeggio itinerante in contesti escursionistici, inserendoci sia la villeggiatura sia l’escursione ti mette a contatto con quella parte di viaggiatori curiosi di cui il nostro paese di culi pesanti non brilla, mentre tedeschi in primis, ma anche francesi (con almeno 2 figli a seguito, almeno), austriaci, svizzeri, olandesi e sloveni rappresentano quel brulicare silenzioso che si confonde con il paesaggio senza turbarlo, gentili, inclini alla socialità e al condividere le esperienze sul campo.
Cose che quando incroci caciaroni romani tatuati o i cumenda milanesi del genere pago-pretendo con la moglie cinquantenne col piercing sul buzzo sfatto, riesco perfino a parlare quel francese dal giusto accento marsigliese, ouè biænsù’a, milanès crètén!

Poi ieri guidavo verso la Bassa con la musica unzk-unzk come un sedicenne che ha fregato la macchina al papi e mi lasciavo dietro prima la città, poi le zone industriali e le rotonde fatte per farci stare i centri commerciali su statali già congestionate di loro, quindi i paesoni concatenati tra loro da villette dalla più che discutibile estetica, finire poi a cambiar musica e velocità e attraversare lentamente paesini sotto lo sguardo di anziani seduti fuori dalle case, come in tutto il sud di questo vasto nord; giungere quindi a perdermi su vuote strisce di asfalto arroventate tra i campi di alto granoturco, seguendo una rotta indicata più dal sole che dai segnali.
E poi con un balzo approdare sull’argine del Grande Fiume da cui si domina tutto e dove l’orizzonte, dal mare alle Alpi e dai colli alla pianura, a trecentosessanta gradi sembra star lì a rammentarmi per l’ennesima volta che posso sempre correre, scappare più in là, cercare posti in alto, buttarmi in mare su uno scafo con la vela, ma di fatto è sempre quello ciò che cerco e di cui ho bisogno: un orizzonte dove vedere ogni giorno l’arco che fa il sole nel cielo.

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